{"id":528,"date":"2026-05-08T17:25:07","date_gmt":"2026-05-08T15:25:07","guid":{"rendered":"https:\/\/galleriasilva.com\/?post_type=product&#038;p=528"},"modified":"2026-06-13T12:26:39","modified_gmt":"2026-06-13T10:26:39","slug":"jan-ross-e-anton-van-dyck-ninfa-e-satiro-con-cesta-duva","status":"publish","type":"product","link":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/prodotto\/jan-ross-e-anton-van-dyck-ninfa-e-satiro-con-cesta-duva\/","title":{"rendered":"JAN ROSS E ANTON VAN DYCK &#8211; NINFA E SATIRO CON CESTA D&#8217;UVA"},"content":{"rendered":"<h2 style=\"font-weight: 400;\">ANTON VAN DYCK E JAN ROSS, DETTO GIOVANNI ROSA<\/h2>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Anversa 1599 \u2013 Londra 1641; Anversa 1591 \u2013 Genova 1638<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h2 style=\"font-weight: 400;\"><em>Ninfa e satiro con cesta d\u2019uva (Allegoria della Lussuria)<\/em><\/h2>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Olio su tela, 102 x 126 cm<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">1622-1623 circa<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Domina la composizione di questo straordinario inedito un ricco brano di natura morta costituito da un grande cesto colmo di grappoli d&#8217;uva di diverse specie: bianca e nera, dagli acini pi\u00f9 o meno allungati e dorati. Nell&#8217;ammirare la maestria nel descriverla da parte di Jan Roos, vengono alla mente le parole dei biografi che ne elogiavano le doti. Raffaele Soprani ricorda: &#8220;&#8230; i mostr\u00f2 oltremodo eccellente in gareggiar con la natura nell&#8217;espressione de&#8217; frutti, fiori, &amp; animali&#8221;(Soprani 1674, p. 323). Nella pi\u00f9 tarda edizione del Ratti si legge: &#8220;Fu eccellente Giovanni in pi\u00f9 generi di pitture: conciossiach\u00e9 dipinse a maraviglia l&#8217;erbe, i fiori, i frutti, gli alberi, e gli animali d&#8217;ogni spezie con una tal somiglianza a veri; che dagli stessi veri non si distinguevano&#8221; (Soprani, Ratti 1768, p. 462).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">In queste iperboli non rare da parte degli storiografi dei pittori genovesi si legge tutto l&#8217;apprezzamento ab antiquo per le grandi doti mimetiche del fiammingo Jan Roos, italianizzatosi in Giovanni Rosa, per la sua lunga permanenza a Genova dal 1616 al 1638, anno della morte. Fu apprezzato soprattutto come pittore specialista di nature morte, tanto che sono note diverse opere di collaborazione con Van Dyck, nei cui quadri inseriva brani con frutti o animali (cfr. il saggio di chi scrive in catalogo). Il Roos era per\u00f2 apprezzato anche come abile ritrattista &#8211; &#8220;seguit\u00f2 Giovanni lo stile di Antonio Vandich&#8221;, ricorda il Soprani (1674, p. 323) -, ma sono note anche molte sue tele mitologiche e allegoriche, per la sua versatilit\u00e0 nell&#8217;eseguire figure e oggetti ritratti dal naturale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Sebbene si debbano stemperare gli entusiasmi che animano le lodi delle fonti, \u00e8 pur vero che ci\u00f2 che pi\u00f9 colpisce della cesta colma d&#8217;uva \u00e8 proprio la verosimiglianza raggiunta da questo notevole pennello fiammingo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Sul piano mediano della composizione si trovano, leggermente arretrare rispetto al tavolo volutamente posto in diagonale per conferire profondit\u00e0 alla scena, le figure di una ninfa e di un satiro. La ragazza, dal seno generosamente scoperto, scherza con il giovane che pare negarle il piacere di un sugoso grappolo d&#8217;uva che ella mostra di desiderare.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Piacere e desiderio sono, appunto, il cuore semantico di questa scena mitologica.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">L\u2019uva dunque, nella sua dolcezza e sugosit\u00e0, nonch\u00e9 attributo di Bacco dio della fertilit\u00e0, posta in palese evidenza, assume un ruolo che va al di l\u00e0 della mera trascrizione verista.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">La figura femminile rientra tipologicamente nel repertorio noto di Jan Roos (cfr. Orlando 1996; Orlando 2010, pp. 118-128), e il riferimento attributivo trova conferma nella sua tipica tecnica fondata su una stesura per leggere velature di colore e caratterizzata da una tavolozza sempre molto delicata fatta per lo pi\u00f9 di tinte tenui, giocata su infinite nuances.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Un discorso diverso concerne la figura del satiro. Se il suo ruolo a livello semantico conferma la possibile lettura di questa scena come allegoria della Lussuria, interessa qui esaminarne gli aspetti pi\u00f9 strettamente pittorici, poich\u00e9 tutto porta a doverla assegnare ad un&#8217;altra mano, e precisamente ad Anton Van Dyck.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Che i due connazionali collaborassero \u00e8 fatto certo da tempo. La tesi che sostengo da diversi anni e che ho riproposto nel mio saggio in catalogo, \u00e8 che il ruolo del Roos fosse maggiore rispetto al mero inserimento di brani di natura morta all&#8217;interno dei ritratti di Van Dyck: evidenze stilistiche impongono di riconoscergli molti drappi e altri dettagli dei setting scenografici in cui i ritratti sono inseriti. Nel rimandare appunto al saggio per queste argomentazioni, conviene qui sottolineare fin da subito che il rapporto di collaborazione pare quasi invertito: la maggior parte della tela si deve al Roos.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Il satiro ha la pelle abbronzata che contrasta con il candore dell&#8217;epidermide della ninfa; il suo volto dal sorriso scherzoso e seducente, di una contagiosa allegria, \u00e8 dipinto con un naturalismo e con una forza espressiva straordinaria. Se tutto il dipinto \u00e8 apprezzabile per qualit\u00e0, non v&#8217;\u00e8 dubbio che il satiro, specie il viso sono dipinti con una sapienza a cui il pur bravissimo Jan Roos non pare poter arrivare. Se lo si confronta con altri volti di opere certe di Van Dyck si potranno invece notare forti affinit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Si guardi, per il confronto forse pi\u00f9 calzante con le opere italiane di Van Dyck, la Santa Elisabetta della tela della Galleria Sabauda di Torino, per la quale provenienza certa pu\u00f2 farsi risalire anteriormente al 1664, anno di morte di Gerolamo Durazzo e che la critica data tra le prime opere del soggiorno italiano (Barnes 2004, II.6, p. 153). Con quel dipinto, quello qui presentato condivide anche le tonalit\u00e0 del cielo, ma il rapporto tra i due visi pare davvero stretto e, a mio avviso, probante per determinare l&#8217;autografia vandychiana di questo satiro. Si osservino le pieghe sul volto: marcati segni di vecchiaia per Elisabetta, realistiche rughe d&#8217;espressione per il giovane. Si guardi il dettaglio di quel tocco di biacca che accende lo sguardo negli occhi di entrambi; un espediente che Van Dyck usa molto spesso e che rientra nel novero di quei dettagli esecutivi caratterizzanti i modi pittorici di un artista.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">La tela della Sabauda \u00e8 databile tra le prime opere del soggiorno italiano, prima le opere certe del 1623 (P. Boccardo, C. Di Fabio in Van Dyck&#8230; 1997, p. 326), e dunque indicativamente al 1622-1623.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Prossima ad esse si pone anche Il Cristo della moneta dei Musei di Strada Nuova<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">(S.J. Barnes in Van Dyck&#8230; 1997, cat. 69, Pp. 324-325 e Barnes 2004, cat. II.8, p. 155; qui fig. 1), dove la figura del vecchio con la lente, sull&#8217;estremit\u00e0 destra della composizione ha l&#8217;occhio trattato nello stesso modo; cos\u00ec come analogamente trattati sono i corpi nudi su uno stesso cielo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Questa datazione \u00e8 stilisticamente pertinente con il presente dipinto, a osservando le opere dell&#8217;ultima fase e periodo anversano anteriore al viaggio in Italia (cfr. El joven&#8230; 2012, passim). Nella penisola, l&#8217;estrema libert\u00e0 del ductus del giovane Van Dyck accanto a Rubens diventa pi\u00f9 contenuta e si affina raggiungendo quell&#8217;eleganza che contraddistingue le opere italiane. Con il presente satiro dovremmo essere all&#8217;inizio di questo processo di emancipazione di affinamento, avviato proprio a Genova.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Per la tipologia del volto del satiro possono essere interessanti, anche a supporto di questa mia ipotesi di datazione, i raffronti con lo studio a olio su tela per Uomo con la torcia (64 x 48 cm; De Poorter 2004, cat. I.18), e ancor pi\u00f9 il foglio a matita nera con lo Studio per Malco del Museum of Art di Ronde Island, Providence, databile al 1620-1621 (fig. 3), figure della complessa Cattura di Cristo nelle tre versioni di Minneapolis, Madrid e Bristol (cfr. El joven&#8230; 2012, pp. 287-311).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Se, come credo, l&#8217;intervento di Van Dyck in un questo dipinto del Roos vada annoverato tra le sue primissime prove italiane, come parrebbe dai dati di stile, si comprende meglio anche il senso della ripartizione dei ruoli all&#8217;interno della composizione: al pi\u00f9 anziano Jan Roos -che qui avrebbe circa 31-32 anni, in Italia da circa otto e a Genova da circa sei &#8211; spetta l&#8217;ideazione e la maggior parte della tela; al ventunenne Van Dyck, probabilmente ospite nell&#8217;atelier del connazionale, spetta una figura sola, ma di straordinaria bellezza.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Dal catalogo a cura di Anna Orlando<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Esposizione<em>: Van Dyck e i suoi amici, Genova<\/em> Palazzo della Meridiana, 9 febbraio-10 giugno 2018<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Catalogo della mostra, pagg. 182, 183, 184, 185<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<h2 style=\"font-weight: 400;\">ANTON VAN DYCK E JAN ROSS, DETTO GIOVANNI ROSA<\/h2>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Anversa 1599 \u2013 Londra 1641; Anversa 1591 \u2013 Genova 1638<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h2 style=\"font-weight: 400;\"><em>Ninfa e satiro con cesta d\u2019uva (Allegoria della Lussuria)<\/em><\/h2>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Olio su tela, 102 x 126 cm<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">1622-1623 circa<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Domina la composizione di questo straordinario inedito un ricco brano di natura morta costituito da un grande cesto colmo di grappoli d&#8217;uva di diverse specie: bianca e nera, dagli acini pi\u00f9 o meno allungati e dorati. Nell&#8217;ammirare la maestria nel descriverla da parte di Jan Roos, vengono alla mente le parole dei biografi che ne elogiavano le doti. Raffaele Soprani ricorda: &#8220;&#8230; i mostr\u00f2 oltremodo eccellente in gareggiar con la natura nell&#8217;espressione de&#8217; frutti, fiori, &amp; animali&#8221;(Soprani 1674, p. 323). Nella pi\u00f9 tarda edizione del Ratti si legge: &#8220;Fu eccellente Giovanni in pi\u00f9 generi di pitture: conciossiach\u00e9 dipinse a maraviglia l&#8217;erbe, i fiori, i frutti, gli alberi, e gli animali d&#8217;ogni spezie con una tal somiglianza a veri; che dagli stessi veri non si distinguevano&#8221; (Soprani, Ratti 1768, p. 462).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">In queste iperboli non rare da parte degli storiografi dei pittori genovesi si legge tutto l&#8217;apprezzamento ab antiquo per le grandi doti mimetiche del fiammingo Jan Roos, italianizzatosi in Giovanni Rosa, per la sua lunga permanenza a Genova dal 1616 al 1638, anno della morte. Fu apprezzato soprattutto come pittore specialista di nature morte, tanto che sono note diverse opere di collaborazione con Van Dyck, nei cui quadri inseriva brani con frutti o animali (cfr. il saggio di chi scrive in catalogo). Il Roos era per\u00f2 apprezzato anche come abile ritrattista &#8211; &#8220;seguit\u00f2 Giovanni lo stile di Antonio Vandich&#8221;, ricorda il Soprani (1674, p. 323) -, ma sono note anche molte sue tele mitologiche e allegoriche, per la sua versatilit\u00e0 nell&#8217;eseguire figure e oggetti ritratti dal naturale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Sebbene si debbano stemperare gli entusiasmi che animano le lodi delle fonti, \u00e8 pur vero che ci\u00f2 che pi\u00f9 colpisce della cesta colma d&#8217;uva \u00e8 proprio la verosimiglianza raggiunta da questo notevole pennello fiammingo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Sul piano mediano della composizione si trovano, leggermente arretrare rispetto al tavolo volutamente posto in diagonale per conferire profondit\u00e0 alla scena, le figure di una ninfa e di un satiro. La ragazza, dal seno generosamente scoperto, scherza con il giovane che pare negarle il piacere di un sugoso grappolo d&#8217;uva che ella mostra di desiderare.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Piacere e desiderio sono, appunto, il cuore semantico di questa scena mitologica.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">L\u2019uva dunque, nella sua dolcezza e sugosit\u00e0, nonch\u00e9 attributo di Bacco dio della fertilit\u00e0, posta in palese evidenza, assume un ruolo che va al di l\u00e0 della mera trascrizione verista.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">La figura femminile rientra tipologicamente nel repertorio noto di Jan Roos (cfr. Orlando 1996; Orlando 2010, pp. 118-128), e il riferimento attributivo trova conferma nella sua tipica tecnica fondata su una stesura per leggere velature di colore e caratterizzata da una tavolozza sempre molto delicata fatta per lo pi\u00f9 di tinte tenui, giocata su infinite nuances.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Un discorso diverso concerne la figura del satiro. Se il suo ruolo a livello semantico conferma la possibile lettura di questa scena come allegoria della Lussuria, interessa qui esaminarne gli aspetti pi\u00f9 strettamente pittorici, poich\u00e9 tutto porta a doverla assegnare ad un&#8217;altra mano, e precisamente ad Anton Van Dyck.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Che i due connazionali collaborassero \u00e8 fatto certo da tempo. La tesi che sostengo da diversi anni e che ho riproposto nel mio saggio in catalogo, \u00e8 che il ruolo del Roos fosse maggiore rispetto al mero inserimento di brani di natura morta all&#8217;interno dei ritratti di Van Dyck: evidenze stilistiche impongono di riconoscergli molti drappi e altri dettagli dei setting scenografici in cui i ritratti sono inseriti. Nel rimandare appunto al saggio per queste argomentazioni, conviene qui sottolineare fin da subito che il rapporto di collaborazione pare quasi invertito: la maggior parte della tela si deve al Roos.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Il satiro ha la pelle abbronzata che contrasta con il candore dell&#8217;epidermide della ninfa; il suo volto dal sorriso scherzoso e seducente, di una contagiosa allegria, \u00e8 dipinto con un naturalismo e con una forza espressiva straordinaria. Se tutto il dipinto \u00e8 apprezzabile per qualit\u00e0, non v&#8217;\u00e8 dubbio che il satiro, specie il viso sono dipinti con una sapienza a cui il pur bravissimo Jan Roos non pare poter arrivare. Se lo si confronta con altri volti di opere certe di Van Dyck si potranno invece notare forti affinit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Si guardi, per il confronto forse pi\u00f9 calzante con le opere italiane di Van Dyck, la Santa Elisabetta della tela della Galleria Sabauda di Torino, per la quale provenienza certa pu\u00f2 farsi risalire anteriormente al 1664, anno di morte di Gerolamo Durazzo e che la critica data tra le prime opere del soggiorno italiano (Barnes 2004, II.6, p. 153). Con quel dipinto, quello qui presentato condivide anche le tonalit\u00e0 del cielo, ma il rapporto tra i due visi pare davvero stretto e, a mio avviso, probante per determinare l&#8217;autografia vandychiana di questo satiro. Si osservino le pieghe sul volto: marcati segni di vecchiaia per Elisabetta, realistiche rughe d&#8217;espressione per il giovane. Si guardi il dettaglio di quel tocco di biacca che accende lo sguardo negli occhi di entrambi; un espediente che Van Dyck usa molto spesso e che rientra nel novero di quei dettagli esecutivi caratterizzanti i modi pittorici di un artista.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">La tela della Sabauda \u00e8 databile tra le prime opere del soggiorno italiano, prima le opere certe del 1623 (P. Boccardo, C. Di Fabio in Van Dyck&#8230; 1997, p. 326), e dunque indicativamente al 1622-1623.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Prossima ad esse si pone anche Il Cristo della moneta dei Musei di Strada Nuova<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">(S.J. Barnes in Van Dyck&#8230; 1997, cat. 69, Pp. 324-325 e Barnes 2004, cat. II.8, p. 155; qui fig. 1), dove la figura del vecchio con la lente, sull&#8217;estremit\u00e0 destra della composizione ha l&#8217;occhio trattato nello stesso modo; cos\u00ec come analogamente trattati sono i corpi nudi su uno stesso cielo.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Questa datazione \u00e8 stilisticamente pertinente con il presente dipinto, a osservando le opere dell&#8217;ultima fase e periodo anversano anteriore al viaggio in Italia (cfr. El joven&#8230; 2012, passim). Nella penisola, l&#8217;estrema libert\u00e0 del ductus del giovane Van Dyck accanto a Rubens diventa pi\u00f9 contenuta e si affina raggiungendo quell&#8217;eleganza che contraddistingue le opere italiane. Con il presente satiro dovremmo essere all&#8217;inizio di questo processo di emancipazione di affinamento, avviato proprio a Genova.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Per la tipologia del volto del satiro possono essere interessanti, anche a supporto di questa mia ipotesi di datazione, i raffronti con lo studio a olio su tela per Uomo con la torcia (64 x 48 cm; De Poorter 2004, cat. I.18), e ancor pi\u00f9 il foglio a matita nera con lo Studio per Malco del Museum of Art di Ronde Island, Providence, databile al 1620-1621 (fig. 3), figure della complessa Cattura di Cristo nelle tre versioni di Minneapolis, Madrid e Bristol (cfr. El joven&#8230; 2012, pp. 287-311).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Se, come credo, l&#8217;intervento di Van Dyck in un questo dipinto del Roos vada annoverato tra le sue primissime prove italiane, come parrebbe dai dati di stile, si comprende meglio anche il senso della ripartizione dei ruoli all&#8217;interno della composizione: al pi\u00f9 anziano Jan Roos -che qui avrebbe circa 31-32 anni, in Italia da circa otto e a Genova da circa sei &#8211; spetta l&#8217;ideazione e la maggior parte della tela; al ventunenne Van Dyck, probabilmente ospite nell&#8217;atelier del connazionale, spetta una figura sola, ma di straordinaria bellezza.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Dal catalogo a cura di Anna Orlando<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Esposizione<em>: Van Dyck e i suoi amici, Genova<\/em> Palazzo della Meridiana, 9 febbraio-10 giugno 2018<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Catalogo della mostra, pagg. 182, 183, 184, 185<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"featured_media":529,"comment_status":"open","ping_status":"closed","template":"","meta":[],"product_brand":[],"product_cat":[15],"product_tag":[],"class_list":["post-528","product","type-product","status-publish","has-post-thumbnail","product_cat-dipinti","first","instock","shipping-taxable","product-type-simple"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/product\/528","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/product"}],"about":[{"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/types\/product"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=528"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media\/529"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=528"}],"wp:term":[{"taxonomy":"product_brand","embeddable":true,"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/product_brand?post=528"},{"taxonomy":"product_cat","embeddable":true,"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/product_cat?post=528"},{"taxonomy":"product_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/galleriasilva.com\/index.php\/wp-json\/wp\/v2\/product_tag?post=528"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}