La moda degli oggetti laccati, favorita e sollecitata dalla vasta importazione di prodotti dell’artigianato dalla Cina e dal Giappone, si diffonde in Europa verso la fine del XVII secolo per affermarsi poi in maniera straordinaria nel secolo successivo, è strettamente legata alla passione del tempo per l’esotico, il pittoresco, e in particolare per tutto ciò che è provenienza orientale.
Il mondo orientale influenza soprattutto le arti della decorazione, fornendo motivi innumerevoli a pittori, disegnatori di arazzi, intagliatori, orafi, argentieri e artigiani del mobile.
Se infatti inizialmente la moda delle cineserie consisteva prevalentemente nella passione con cui gli occidentali collezionavano i preziosi oggetti importati dall’Oriente, tentando in un secondo tempo di imitare la tecnica e i motivi figurativi, nel corso del Settecento tale moda arriva a suggerire un nuovo tipo di decorazione europea, che trova nelle arti “minori” e in particolare in quelle dell’arredamento una delle espressioni più originali e raffinate.
Il Settecento veneziano fu il secolo d’oro per l’arte della lacca che quasi ne costituisce il simbolo avendovi trovato una civiltà ed ambienti ideali. Nonostante sia vicino il suo tramonto, la città è sempre, e più che mai, il centro internazionale della ricchezza e dei piaceri mondani; meta ambita dei viaggi di principi e sovrani europei che alloggiano con tutto il loro seguito nei palazzi patrizi tra le feste, banchetti, balli mascherati e regate sul Canal Grande.
L’ allegra società veneziana, numerosa, e amante tradizionalmente del fasto dell’eleganza, è stata forse la prima in Italia ad abbandonare la pesantezza del fasto spagnolesco e a raffinare i suoi gusti, su modello della frivola società parigina.
Per offrire alla società veneziana rifugi festosi e intimi, dove tutto è grazia, leggerezza e armonia, collabora tutta una schiera di artisti, maggiori e minori, e di abilissimi artigiani.
Dal Tiepolo, il grande interprete della gaia sensualitĂ del secolo, al numero infinito degli stuccatori, degli intagliatori, dei doratori, dei mobilieri di ogni categoria.
La loro operosità crea ambienti di un fascino e di una grazia inconfondibili. All’armonia delle forme non poteva non aggiungersi l’armonia dei colori e ben presto, con l’affermarsi degli oggetti laccati, lucidi, festosi, vivacemente policromi, l’opera del “depentore”, un artigiano prima oscuro e poco apprezzato, diventa indispensabile a Venezia.
I depentori erano uniti con gli artisti in un’unica corporazione. L’unitarietà dell’arte dei depentori, alla quale si iscrivevano dopo un severo esame e lungo tirocinio tutti i pittori sia artisti che artigiani, si protrasse fino al 1691 quando fu “rotta l’arte” ad iniziativa di Pietro Liberi che, insieme ad altri artisti, uscì dalla comunità andando a costruire un separato Collegio con sede e regole proprie. La frattura non impedì tuttavia che il legame fra le due categorie, non continuasse sia pur occasionalmente attraverso un’attiva collaborazione.
Dopo la diffusione del gusto per le cineserie, gli artigiani che si specializzarono nell’imitazione delle lacche orientali si distinsero tra i depentori con il nome di “depentor alla cinese”. Nel 1754 i maestri erano solo 25, saliti a 49 nel 1763 con circa cinquanta lavoranti e garzoni ripartiti in 35 botteghe. Tra questi artefici si diffuse il fascino della lacca che assunse valore emblematico nel Settecento veneziano.
Il depentore veneziano è infatti il primo artefice che inventa in Italia, se non addirittura in Europa, una tecnica in grado di imitare le lacche della Cina e del Giappone. La tecnica, piuttosto semplice, ma che richiedeva una grande abilità veniva eseguita come descritto da Morazzoni in questo modo: l’artefice doveva prima di tutto accuratamente levigare la superficie lignea, sulla quale poi si stendeva un sottilissimo strato di pastiglia ottenuta sciogliendo nella colla del gesso finissimo; una volta ben essiccato, con fine carta vetrata e con l’agata era lisciato, levigato in modo di togliere ogni minima asperità e acquistare al tatto una caratteristica morbidezza; i laccatori più abili e coscienziosi, seguendo una tecnica rivelata dagli orientali all’Europa, sulle superfici da laccare con colle molto tenaci applicavano delle sottilissime tele di lino che neutralizzavano gli effetti delle contorsioni del legno in seguito a variazioni atmosferiche; allora si iniziava l’opera di decorazione, prima con dare la tinta del fondo, poi con dipingervi a tempera i soggetti desiderati; ottenuta la completa essicazione delle pitture, il laccatore le difende sotto molteplici strati di “sandracca” che era una vernice densa, vischiosa, di colore ambrato, ottenuta generalmente facendo sciogliere nello spirito la gomma lacca. Era necessario verniciare l’oggetto fino a diciotto volte, facendo essiccare perfettamente ogni strato perché non apparisse la minima traccia del più fine pennello.
Ben presto a Venezia la moda della lacca si diffonde: vassoi, cofanetti, specchiere, scatole di ogni dimensione e soprattutto mobili laccati con le caratteristiche figurine alla cinese entrano non solo nei palazzi della nobiltĂ ma in ogni casa della borghesia portando dappertutto una nota di esotismo allegro e bizzarro. Sono caratteristici di questa prima fase i mobili ed oggetti che recano raffinati ornamenti di cineserie con fregi leggeri, e le caratteristiche figurine di pagode in rilievo in pastiglia dorata.
In questi esemplari decorati con soggetti rigorosamente cinesi, la personalità estrosa e fantastica dell’artigiano veneziano trova modo di rivelarsi, magari anche soltanto in qualche particolare decorativo o nella cimasa, terminante con ricchi intagli dorati a volute, con fiori e foglie. Verso la metà del secolo, il depentore appare assai più libero rispetto all’imitazione degli originali, egli dipinge ormai di fantasia creando piacevoli scenette entro singolari prospettive, in cui l’espressione della vita veneziana si mescola all’ispirazione esotica.
Insieme al genere figurato nasce quello floreale, espressione autentica dell’ornamentazione veneziana dell’epoca, che non ha precedenti in Europa. La varietà di soluzioni stilistiche e l’abilità esecutiva sovente prodigiosa, suscita un vivace, sensibile interesse per gli oggetti laccati la cui richiesta diventa via via sempre più pressante e crea una serie di difficoltà alle botteghe artigianali, non sufficientemente organizzate ad affrontare il particolare flusso di lavoro, per difetto di personale addestrato all’arte della laccatura. Il problema, tuttavia, troverà presto soddisfacente soluzione grazie alla rapidità del nuovo metodo della “lacca o arte povera”, originale invenzione dei depentori. Il procedimento, non molto impegnativo e di una certa immediatezza, si fonda sulla sostituzione del disegno dipinto e laccato con ritagli di calcografie e xilografie a colori o in bianco e nero poi colorate dai depentori; queste stampine venivano incollate sulle superfici del mobile ed incorniciate con ornati tracciati a mano o ritagliati da altre stampe e ricoperte da una trasparente laccatura. La “lacca povera” potè avere più facile sviluppo per l’esistenza nel Veneto, a Bassano, della grande azienda dei Remondini, stampatori e calcografi che organizzarono la produzione con numerosissimi incisori, affidando la distribuzione in tutta Europa a una rete di venditori. Le lacche a decorazione cartacea richiesero evidentemente meno abilità di quelle disegnate a mano, ma spesso la bellezza delle calcografie e la perizia dei depentori, portarono a risultati tali da reggerne il confronto.
Per l’arteficio di tale metodo, l’arte della lacca si arricchisce di nuove espressioni e di un insieme di risorse decorative che, esaltate dalla vasta gamma di tonalità cromatiche, consentiranno ai mobilieri e laccatori di allargare il loro spazio artistico.
Il loro stile originale e unico segnerà un’epoca le cui meravigliose testimonianze ancora ci incantano. Essi non sentivano la necessità di firmare le loro opere, né di rendere noti i loro nomi perché non rappresentavano, a loro giudizio, un prodotto di eccezione ma il frutto naturale e spontaneo di una facoltà inventiva inesauribile che, appunto perciò, poteva rinnovarsi all’infinito.
Venezia, pur non dissociandosi dalle tendenze Europee, aveva sottolineato una propria e inimitabile impronta; con l’avvento del neoclassico, il pur brillante apporto di eleganze formali non rileva più una particolare originalità creativa che via via sembra venire meno nell’inarrestabile declino del lieto mondo veneziano, destinato a crollare con la fine della Serenissima Repubblica di S. Marco.